Gianfranco Manca - ne accennai qui - fa vino da più di venticinque anni, molto prima della moda del "naturale", dalla quale cerca di sfuggire. Alla domanda: da quanto tempo lavori seguendo i criteri della biodinamica? "Io non so neanche se ho iniziato e non mi interessa saperlo. Io posso dire cosa faccio e cosa non faccio". "Quando inizia ad essere naturale il vino? Quando smette di esserlo?" mi chiede. Per lui, PaneVino è l'essenziale, la semplicità. La quotidianità è rappresentata dal pane, la festa dal vino. "Fare vino è un percorso intimo fatto di continue scoperte" aggiunge.
Vignaiolo sulla terra: lo si legge chiaro in etichetta - una provocazione - non ama ricordare il suo territorio, è contrario al concetto di terroir. Gianfranco Manca è così, ha le sue convinzioni, non ama le domande da salone del vino, non vede bene quelli che girano col taccuino: quanti giorni di macerazione? Botte grande o barrique? Quanti ceppi per ettaro? Cosa importa? È il vino che deve parlare.
Torniamo alla casa-cantina-agriturismo, che è quasi sera. Restiamo per cena e ci accomodiamo nella veranda circondata dagli ulivi e, finalmente, degustiamo. La cucina è quella che non ti aspetti, siamo nel bel mezzo della Sardegna e tutti i piatti sono a base di pasce. Tutto torna, è delicata ma saporita, semplice, ma al contempo ricercata: Elena è una cuoca bravissima, il loro pane ottenuto da lievito madre, oltre ad essere un capolavoro è buonissimo.
Anche dietro ad ogni etichetta c'è ricerca e ciascuna nasconde un significato. Esse cambiano ad ogni vendemmia e raccontano una piccola storia. Quella del Pikadé, ad esempio, rappresenta un'apertura, uno squarcio, un barlume di luce sul buio degli anni passati.

Poi, passi una giornata con lui e la moglie Elena, ti raccontano della loro famiglia - presentandoti i tre figli - e del piccolo agriturismo. Con un piacevole diversivo, quello di andare a controllare i filari, ti portano a vedere le vigne - tutte - rigogliose, vive e selvagge. Quelle che stanno meglio - dice - sembrano salutare. Ed è vero: ci sono tanti rami lussureggianti, ricchi di foglie, dritti ed alti, che con il vento sembrano proprio che salutino.
Oltre trenta varietà di vitigni diversi: da quelli più autoctoni, si passa al Nebbiolo, alla Barbera, al Ciliegiolo, al Montepulciano ed altri ancora. Lascia fare ed ascolta la natura, intervenendo pochissimo - può permetterselo, ha territorio e clima dalla sua: escursioni termiche, ventilazione, luminosità, esposizione e terreni. "Un tempo c'era molta più vigna", racconta, "poi, la pastorizia ha avuto la meglio ed i pascoli hanno sostituito i vigneti." Anche nell'orto non ci mette mano, ed è incredibilmente ricco di prodotti.
Torniamo alla casa-cantina-agriturismo, che è quasi sera. Restiamo per cena e ci accomodiamo nella veranda circondata dagli ulivi e, finalmente, degustiamo. La cucina è quella che non ti aspetti, siamo nel bel mezzo della Sardegna e tutti i piatti sono a base di pasce. Tutto torna, è delicata ma saporita, semplice, ma al contempo ricercata: Elena è una cuoca bravissima, il loro pane ottenuto da lievito madre, oltre ad essere un capolavoro è buonissimo.
Ed è qui, nei momenti di pausa, che ci rendiamo conto di tutto. Il silenzio, l'armonia e la pace ci avvolgono. Questo è il vero mondo della famiglia Manca. Il loro è un "naturale" percorso di vita a trecentosessanta gradi, la vigna ed il vino, ne sono solo una parte. L'educazione, la cultura, l'approccio alla medicina, la calma e la quiete delle loro parole, tutto questo è un cerchio che si chiude. Ora comprendo!
Produttore: PaneVino
Denominazione: Isola dei Nuraghi IGT
Vino: Pikadé
Vitigno: Monica, Carignano
Annata: 2010
Tit. Alcolemico: 12,5% vol.
In etichetta non viene riportata la scritta: Contiene Solfiti
Prezzo: 18 € - comprato in cantina
Territorialità si diceva: il colore è rubino che guarda il granato, parecchio scarico, vivo e nobile. Rosa, quello che domina il bouquet è un intenso e piacevole ricordo di questo fiore di Afrodite. Ha poi profumi sottili e leggeri di frutta del rovo, spezie, agrumi canditi e qualcosa che ricorda l'acciuga sotto sale (riportandomi ad un altro "amato" vino isolano ed alcune eccellenze toscane). Un naso splendido caratterizzato da finezza ed eleganza con intensità in crescita e non un difetto. (non interviene in nessun modo in vinificazione).
Il sorso è giocato sulla freschezza, con tannino ed acidità fantastiche, sapidità del mare e ritorni balsamici. Dinamico, mai scontato, il gusto è quello della rosa, delicato come accarezzare il velluto. Neanche a dirlo, si beve alla grande, chiude lungo: rosa, ancora rosa, ed ancora rosa, leggermente amaricante.
Degustandolo alla cieca, non avrei mai pensato alla Sardegna, o almeno a larga parte dei vini ai quali siamo abituati. Con questo Pikadé quindi, Gianfranco Manca è uscito dal concetto di "territorio", donando unicità e personalità al vino. Soprattutto, è riuscito a mettere luce ad annate buie.
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